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Il mobbing nelle aziende sanitarie

A questo proposito, vorrei citarvi un caso raccontatomi da un mio grande maestro, il Prof. Paul Watzlawick,
al quale qualche di tempo fa si rivolse una signora, che lavorava come caposala in un ospedale. La signora lamentava un problema che da un po’ di tempo la tormentava, non la faceva dormire la notte, scoppiava frequentemente a piangere senza riuscire a fermarsi, si sentiva stanca e frustrata. Il suo primario, ogni giorno, appena entrato in reparto, urlava come una furia, imprecava, la trattava in malo modo, sia di fronte ai colleghi che ai pazienti, la accusava di essere incapace, nonostante lei si prodigasse a svolgere il suo lavoro con estrema attenzione e coscienziosità. In altri termini, la povera capo sala, terrorizzata dal comportamento sempre minaccioso del primario, aveva cercato di fare sempre di più e meglio, per non indispettirlo, ma più lei faceva, più si dimostrava efficiente, più lui urlava. Sembrava proprio una situazione grave e senza via d’uscita. Dopo aver ascoltato attentamente il racconto, il Prof. Watzlawick disse alla signora, che forse c’era una via d’uscita, ma che non sapeva se lei sarebbe riuscita ad attuarla. La signora si dichiarò pronta a tutto pur di risolvere la situazione che l’angosciava. Watzlawick le disse allora di provare un esperimento, ovvero l’indomani sarebbe dovuta entrare nell’ufficio del primario e dirgli queste parole: “Sa, dottore, quando lei mi tratta così mi sento tutta rimescolare dentro, non so forse ha a che fare con mio padre…”. Quindi sarebbe dovuta uscire subito senza dargli il tempo di rispondere. La capo sala, preoccupata per la stranezza e difficoltà del compito, disse comunque che avrebbe fatto di tutto per provare questo esperimento.
Dopo qualche settimana riferì che subito dopo la sua dichiarazione il primario aveva cominciato a trattarla con più rispetto e la relazione tra loro era sensibilmente migliorata.
Questo rappresenta un esempio di come sia possibile trasformare un’interazione lavorativa che si sta irrigidendo in una posizione disfunzionale, aggiungendo qualcosa che trasformi il gioco a somma 0 “io vinco tu perdi” in un gioco a somma diversa da 0 : “io vinco, tu vinci”. In sostanza in questo caso la comunicazione della caposala ha aggiunto qualcosa nella specifica situazione, ma ciò che si è aggiunto ha fatto evolvere la situazione, cambiando il gioco precedente.
E’ questo un esempio molto semplice di ciò che Thom nella teoria delle catastrofi chiama “effetto butterfly”, ossia quel processo per cui il semplice battito d’ali di una farfalla, che avviene in un preciso istante e in uno spazio, può innescare una serie di reazioni a catena naturali che possono condurre ad un uragano. Nell’esempio di Watzlawick, prima citato, è evidente come un piccolo cambiamento comunicativo, in una situazione che stava sclerotizzandosi, può innescare una serie di altri cambiamenti a catena che portano a far evolvere la situazione da disfunzionale a più funzionale, senza dover ricorrere a manovre complicate o particolarmente costose.
Come sostiene Occam “ciò che può essere fatto con poco, inutilmente viene fatto con molto”.

SINTESI DELL’INTERVENTO DI ROBERTA MARIOTTI AL CONVEGNO “DISAGIO PSICHICO E AMBIENTE DI LAVORO” TENUTOSI ALL’OSPEDALE BELLARIA DI BOLOGNA IL 22/10/2001

           
 
 


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