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Stalking: riconoscerlo per combatterlo

Le conseguenze psicologiche posso essere anche molto gravi: nelle vittime utilizzate come campione in alcune ricerche sul fenomeno sono stati riscontrati sintomi da disturbo post traumatico di stress, flashback ed evitamento di stimoli – la cui intensità è paragonabile a livelli riscontrati in altri studi di soggetti traumatizzati – che ricordano gli eventi traumatici. Il fenomeno – del quale si è iniziato a parlare per la prima volta intorno agli anni Novanta – risponde ad alcuni requisiti, utilizzati per lo più per circoscrivere la grande varietà dei comportamenti umani finalizzati a creare stati di tensione, disagio, paura nella vittime. Benché le condotte possano essere diverse e nessuna ripetuta più di una volta, la continuità e la persistenza nel tempo rappresentano senza alcun dubbio uno degli elementi fondamentali del fenomeno, assieme alla percezione di minacciosità del destinatario delle azioni, sebbene esse siano differenti l’una dalle altre. Per ciò che riguarda la durata, se in ambito di ricerca è stato più utile impiegare una soglia elevata (almeno 10 comportamenti per più di un mese), in ambito legislativo, nella maggior parte degli Stati che si sono dotati di norme anti-stalking, ci si accontenta di richiedere due soli episodi di comportamenti molesti.
La campagna di stalking messa in atto dallo stalker può comprendere svariati comportamenti che, benché di per sé considerati non necessariamente rivestano carattere di reato, all’interno di una costellazione di attenzioni indesiderate e insistenti, può rappresentare un fattore di allerta.  Essi vanno dalla ricerca e reiterazione del contatto alla sorveglianza della vittima, attraverso la ricerca di informazioni, appostamenti, pedinamenti e inseguimenti nei pressi di casa o del lavoro, nonché incontri “casuali” con la vittima nei luoghi che abitualmente frequenta. Tra i mezzi più utilizzati, telefonate, lettere, biglietti, e-mail, sms, fiori o oggetti non richiesti; e ancora, visite a sorpresa, violazione del domicilio a scopo di danneggiamento, minacce, insulti, scritte sui muri, atti vandalici, aggressioni fisiche, ferimento o addirittura uccisione della vittima, come la cronaca ricorda. Ma spesso l’omicidio non è altro che il drammatico epilogo di una lunga campagna di molestie, interrotta solo con l’eliminazione del destinatario delle attenzioni ossessive.
L’elemento più controverso e di difficile chiarimento riguarda però il vissuto di disagio, preoccupazione e timore suscitato dalle condotte di stalking nella vittima. Il criterio della sofferenza è soggettivo e vi possono essere aree di sovrapposizione nel vissuto della vittima, che vanno dal fastidio al disagio, dalla lieve inquietudine al timore, alla paura, fino al vero e proprio terrore, emozioni che si ritrovano in molte campagne di stalking.
Lo stalker può essere un ex compagno che non accetta la rottura di un rapporto affettivo, ma anche un amico, un conoscente, un vicino di casa, un collega di lavoro, un compagno di classe, un estraneo o un ‘ammiratore segreto’. Nella maggior parte dei casi è un uomo, ma ciò non esclude che possa essere di sesso opposto.

Continua…

           
 
 


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